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Contatta una escort su un sito online per concordare una prestazione, ma il prezzo è troppo alto e l’uomo rinuncia. Non immaginando di trovarsi poi sotto ricatto da parte della donna che minaccia di rivelare tutto alla moglie. Individuata e processata finisce condannata a tre anni per estorsione.

È successo a un uomo che, dopo aver contattato una donna su un sito di incontri per concordare una prestazione sessuale a pagamento, si è ritrovato costretto a versare denaro per paura che lei rivelasse tutto alla sua compagna o peggio, dopo aver ricevuto minacce del tenore: “Sappiamo dove abiti e ti veniamo a trovare”.

La sentenza ha rigettato i rilievi della difesa, secondo cui non ci sarebbero prove sufficienti del coinvolgimento diretto della donna nelle richieste di denaro. La modalità di pagamento imposta, però, era quello del versamento su carte ricaricabili. La vittima, come accertato, ha effettuato due versamenti su due diverse carte intestate ad altri soggetti, ma collegati all’ambiente dell’imputata.

Per i giudici la titolarità e la piena padronanza della carta ricaricabile sulla quale è stato accreditato almeno una parte del profitto illecito costituisce un elemento probatorio decisivo.

Nella motivazione si legge che tale circostanza, unita al contesto complessivo delle minacce via whatsapp partite dopo il mancato accordo, dimostra la “diretta relazione” dell’imputata con il reato: il denaro estorto è finito su uno strumento di pagamento da lei controllato, chiudendo il cerchio del “disegno criminoso” dalla minaccia al guadagno illecito.

 

 

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